Dentisti e raggi X

L’odontoiatra che utilizza apparecchiature radiologiche deve procedere, in particolare, alla verifica preliminare e periodica di tali apparecchiature avvalendosi di un Esperto di Radioprotezione e Fisica Medica.

I risultati delle verifiche sono riportati sul Registro di Radioprotezione e sul Manuale di Qualità.

Il primo documento è finalizzato al controllo della situazione ambientale, in tema di radiazioni emesse dal tubo radiogeno, al fine di accertare l’effettiva sicurezza degli operatori e dei frequentatori dello studio durante il funzionamento degli apparecchi (non dimentichiamo che solamente nel corso della emissione dei raggi X ci può essere un rischio ambientale, mentre a fine emissione non c’è alcun pericolo).

Il secondo riporta le risultanze strumentali relative alle dosi di radiazioni somministrate ai pazienti ai fini dell’esame diagnostico e alla sicurezza intrinseca degli apparecchi, sempre in fatto di radiazioni ionizzanti.

Le relazioni di verifica rispondono ai dettati del decreto legislativo n. 101 del 31 luglio 2020 e delle norme di buona tecnica.

Quando lo studio odontoiatrico viene visitato dai controllori istituzionali. i quali sono in genere privi di titoli o comunque, a prescindere dalla carta, di valide ed equilibrate competenze in materia, possono sorgere delle incomprensioni e persino delle critiche per la presunta assenza di protezioni e schermature sufficienti.

Ma per la piena comprensione delle risultanze di verifica è necessaria una attenta analisi, che non può prescindere da questi punti cardine:

  1. Conoscenza adeguata della normativa vigente e dei principi basilari della radioprotezione;
  2. Capacità di valutazione del rischio effettivo da radiazioni ionizzanti in rapporto alle normali esposizioni di tutti i giorni (radiazioni naturali);
  3. Possesso di abilitazione di Esperto di Radioprotezione ai sensi della vigente normativa o di preparazione equivalente.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Le geometrie e condizioni di verifica strumentali, eseguite con l’ausilio di “fantocci” che simulano il paziente sotto esame, non sono sempre identiche; pertanto i dati numerici riportati in relazione non possono essere sovrapponibili in riferimento ai vari controlli. Il principio è quello di valutare ogni volta, in determinate condizioni di prova, che i valori di “intensità dell’equivalente di dose rilevati” (ratei) si possano collocare nell’ambito della “normalità”.

I valori riportati sono per l’appunto quelli massimi, anche se i rilievi sono puntuali (per esempio viene annotato il valore massimo del rateo rilevato in corrispondenza dei singoli accessi alle sale RX, che in genere non sono protetti, come invece deve essere protetto l’accesso ad una sala di radiologia convenzionale, con apparecchiature di radiologia professionale e carichi di lavoro significativi.

I ratei sono ovviamente rapportati all’unità di tempo (ora). Per la valutazione della dose in un certo punto dello studio occorre riferirsi al tempo complessivo di emissione del tubo RX, che è funzione del carico di lavoro. Non si può farsi impressionare dai numeri perdendo di vista l’unità di misura e il carico reale di lavoro.

Da considerare al riguardo che i sistemi digitali, sia a livello di semplici endorali, sia di Ortopantomografi e Cone Beam (TAC), prevedono dei tempi di emissione estremamente bassi (dalle frazioni di secondo dell’endorale (nettamente superiore, in genere, come numero di esami) ai pochi secondi degli altri apparecchi, che possono spesso operare con emissione pulsata, proprio per ridurre i tempi di emissione.

Per la valutazione del rischio oggettivo ci si riferisce all’anno (siamo nel campo delle “microdosi”, quindi si reputa corretto fare semplicemente la somma delle dosi singole).

Il calcolo delle dosi annuali che derivano dall’effettivo carico di lavoro, consente di valutare se sono rispettati i “vincoli di dose” prestabiliti. Nella fattispecie tali vincoli (cioè limiti di dose massimi di fatto consentiti) son assunti in genere di 0,25 mSv/anno per i lavoratori e 0,10 mSv/anno per la popolazione. Quindi molto al di sotto del limite annuale per la popolazione di 1 mSv.

Quando sappiamo che, per esempio nel nostro Paese (il dato è geograficamente variabile) la dose media assunta da tutti noi dalla natura è dell’ordine di 2 – 2,5 mSv.

Comunque, per rendersi conto delle grandezze in gioco, basta considerare che, nel caso specifico, con un numero normale di esami, si ottiene un tempo globale di emissione annuale largamente inferiore all’ora.

Conclusioni: nel caso dello studio dentistico, sulla base dei dati oggettivi di norma riscontrati, non sono in genere prescritte, per gli addetti, protezioni e barriere anti X aggiuntive rispetto alle barriere “naturali” dell’edificio (muri, tramezze, distanze) e procedure organizzative correnti (evitare lo stazionamento in corrispondenza degli accessi alle sale RX durante l’emissione è una di queste). Tali procedure sono indicate nelle relazioni tecniche, insieme alle protezioni personali per il paziente (grembiuli anti X, ecc.). Una buona distanza dal “tubo” RX durante l’emissione è già di per sé una ottima protezione: infatti l’irraggiamento decresce on l’inverso del quadrato della distanza dal tubo.